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Cronache

10 marzo 2007: Presentazione del libro "Uno più uno, uguale uno".

Locandina della giornata di presentazione del libro "Uno più uno, uguale uno"Il 10 marzo nella Sala Consiliare del Palazzo Comunale, alla presenza di un folto pubblico, è stato presentato il libro di Jack Donghi "Uno più uno, uguale uno" edito da "Fratelli Frilli Editori", fantaracconto ambientato nell'800 nella zona di Negrotto.

Diamo qui un breve resoconto della giornata e degli interventi svolti da alcuni relatori.

Il Sindaco durante il suo interventoAndrea Torre, Sindaco di Serra Riccò ha aperto la giornata ricordando che molti membri della famiglia Donghi hanno collaborato alla stesura del libro, scritto dal padre della scrittrice Beatrice Solinas Donghi , cittadina onoraria del Comune, che ne ha steso la prefazione, mentre le illustrazioni furono disegnate dalla madre, Eileen Donghi e la traduzione si deve alla figlia Anna Solinas. Il libro, a buon diritto definibile frutto del lavoro di una "Impresa familiare", testimonia della antica vocazione del territorio di Serra Riccò, luogo ameno in cui le ricche famiglie genovesi amavano soggiornare.

Tomaso Richini, Assessore alla Cultura, ed ex Sindaco, ha ringraziato tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del libro ed alla organizzazione della giornata, nonché i numerosi presenti, con particolare attenzione all’editore che ha reso possibile concretizzare il sogno, nato alcuni anni addietro, di pubblicare l’antico manoscritto ritrovato dai discendenti dell'autore.
L'Assessore richini durante il suo interventoLegge un breve brano tratto dal libro:

<"Agostino", sussurrò, e la sua voce si confuse con il sommesso zampillare dell'acqua… scomparsa la fontana, sradicata da tempo la siepe del giardino all'italiana, questo pomeriggio, mentre scrivo, nel grande prato incolto Giovanni Pittaluga rincorre la sua capra che si è slegata per la sesta volta.>

che testimonia della realtà del luogo nel tempo passato, ora profondamente mutata.

Paolo Lingua, giornalista non considera il racconto un giallo, ma un dark, con reminiscenze di Edgar Allan Poe; il libro rimanda a  elementi peculiari della cultura ligure, il gusto del mistero, l'internazionalismo, la dimensione cosmopolita, e tutto ciò fa parte dell'antropologia del genovese, della storia della organizzazione sociale cittadina, calata dalla piccola aristocrazia che viene dalle vallate.
Perché il personaggio si chiama Embriaco?, e perché la casa è l'Embriaca? siamo nell'ambito della pura fantasia? No, naturalmente.
Secondo alcune tesi storiografiche, uno dei più citati visconti , (che non era un titolo nobiliare, ma istituzionale da "vicecomites", cioè magistrati), è Igor da cui discenderebbero gli Embriaci. Sempre in Valpolcevera tra Bolzaneto e Rivarolo, parte la storia di Genova, dalla cultura agraria di sussistenza che trova sbocco in città all'alba dell'anno mille quando l'economia fa si che Genova diventi la gloriosa Janua.
E allora "tutto si tiene", c’è un cerchio che si chiude nel racconto scritto con eleganza e con un pizzico di crudeltà all'inglese (ma ciò è normale, perché siamo di fronte a culture mercantili e cosmopolite). Nella storia vera del racconto, il cui finale a sorpresa coinvolge due momenti storici, è sottesa una esperienza di libertà e di guerra vissuta sulla pelle dall'autore. Nella trama non si vedono l'inizio e la fine, il male e il bene si inseguono, in poche parole scritte con grazia c’è una intera metafora dell'esistenza.

La Signora Beatrice Solinas Donghi, scrittrice, figlia dell’autore e della illustratrice, ricorda con delicatezza cose che solo lei può sapere: il dattiloscritto era con piccole lettere viola, le parti ora in corsivo erano uguali a tutto il resto, perché non era possibile cambiare i caratteri e quindi la storia era molto difficile da capire.
Racconta un po' di storia di famiglia e un breve aneddoto.
Jack Donghi era di madre inglese che si proclamava scozzese e ce l'aveva a morte con gli inglesi; Eileen Donghi era anglicana, per semplicità nei confronti dei figli si fece cattolica; il Parroco di San Cipriano, già allora anziano, che ricevette la sua abiura, quando si arrivò alla formula di rito dove bisogna affermare di detestare la propria eresia, non gliela fece dire; se si pensa che questa formula è stata abolita molti anni dopo, veramente bisogna conservare gratitudine a quel sant'uomo che c'è arrivato tanto tempo fa perché ora è proprio tempo di dire queste cose.

La Signora Anna Solinas, traduttrice e nipote di Jack Donghi, conferma le difficoltà incontrate nell'interpretare il testo e poi approfitta della presenza di molti studenti e giovani per esortarli:
Alcuni ragazzi che hanno assistito alla presentazione "Ragazzi! il libro parla del vostro territorio che è il nostro patrimonio; quando andate in giro chiedetevi sempre perché le cose sono così, ricercando e facendo storia, vi divertirete, lavorerete sul vostro"

Marco Frilli, Editore, tra le molte notizie sulla pubblicazione del libro, una riflessione:
"Che cosa è una casa editrice se non una piccola fabbrica della fantasia? È una fabbrica della fantasia di tutti coloro che portano del materiale e noi, leggendolo, troviamo affinità con le nostre fantasie che possono diventare domani il piacere della lettura dei lettori…"
Anche se la definizione coniata dall'editore nell'occasione è dedicata al libro, ne traiamo spunto per una fresca concezione dell'editoria a servizio dei sogni.

La Signora Lucetta Frida, Scrittrice, suggestiona la platea leggendo con partecipazione ed intensità, senza nulla svelare, un brano del finale, la confessione. Per rinnovare quel piacere, si può solo rimandare alla lettura del libro!

Giulio Cassissa, ex Assessore di serra Riccò, ricorda il tempo in cui era chierichetto nella chiesetta di Negrotto, stimolato a farlo perché alla fine c'era cioccolato per tutti. "Quando monsignor De Negri ha scritto la storia di San Cipriano andai anch'io, si serviva di mio padre perché lui aveva capito come individuare muri vecchi dalla formazione delle calci; nella zona del Gazzo che si prolunga a Isoverde c'erano i "cavaturii" e da secoli, prima del cemento, si usava la calce; quando fummo a Negrotto c'era una zona con molti muri che veniva chiamata Mattana, parola che proviene da Mattarana; da lì si vede tutta la valle e si sa che i Romani non si spingevano oltre perché vi erano tanti "paxiu" con persone che facevano da paciere e dirimevano le vertenze stabilendo le spartizioni territoriali."

La Signora Maria Cristina Castellani, Assessore alla Cultura della Provincia di Genova: "Mi limito ad offrire impressioni, giusto a partire dall'intervento di Paolo Lingua sull'aspetto cosmopolita del territorio intorno a Genova, che si approfondisce anche andando per case ormai diroccate e coperte di rampicanti o per sentieri, immaginando i passi di chi li percorse nel passato. Ricordiamo ai ragazzi che la storia la facciamo noi giorno per giorno se sappiamo collegarci a quelli che sono venuti prima di noi, non in modo stantio ma per esempio cogliendo le violette e interrogandoci sul loro rapporto con la nostra terra, chiedendoci cosa significa quel dolce che assaporeremo, cercando le cose di famiglia, non solo di quelle importanti perché tutte le famiglie hanno una storia ricca ed importante. Ognuno di noi è portatore di cultura, ognuno di noi è una persona senza confini, ha in se stesso una briciola di appartenenza al mondo."

 

E con questa riflessione, la giornata si chiude, non prima di aver gustato il pandolce genovese, cotto dal signor Richini, e annaffiato da un ottimo vino della Valpolcevera chiamato "na quae" che è stato presentato e descritto da Virgilio Pronzati, enologo.
Per chi volesse cimentarsi con la preparazione di questo dolce tradizionale, offriamo la ricetta.

PAN DOLCE (PAN DÖÇE DE NATALE)

Il dolce genovese indispensabile nel giorno di Natale e nelle altre due successive solennità, il primo giorno dell'anno e l'Epifania. Esso differisce di molto da quello che vendesi tutto l’anno dai pasticcieri, è molto più gustoso e sostanzioso. La vera maniera di prepararlo è la seguente:
“Prendete un chilogrammo di fior di farina, mezzo bicchiere di marsala, grammi 250 di burro, grammi 50 di acqua di fior d'arancio, grammi 300 di zucchero, grammi 50 di finocchio dolce, grammi 100 di pignoli, grammi 300 di uvetta, grammi 200 di uva malaga, grammi 50 di zucca candita, grammi 50 di lievito di birra. Indi mettete la farina sulla madia e fatevi un buco nel mezzo, scioglietevi il lievito di birra con un poco di latte tiepido, aggiungetevi il burro liquefatto a bagnomaria, lo zucchero e tutti gli altri ingredienti già preparati. Impastate tutto insieme e dimenate bene la pasta per circa un'ora. Formatene un pane, mettetelo in un tegame adatto, spolverizzato di farina, fasciatelo all'intorno con un tovagliolo e mettetelo in un posto tiepido a lievitare per due ore. Fatevi nel mezzo tre tagli a forma di triangolo, e fatelo cuocere a forno caldo per più di un'ora."

Tratto dal libro "LA CUCINIERA GENOVESE" di G.B. e Giovanni Ratto, Fratelli Frilli Editori.

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